Dieci Piccoli Indiani – Agatha Christie

12 Mar

Da piccola non amavo molto leggere, l’ho sempre considerata una “perdita di tempo”, forse perchè non avevo mai trovato un genere di libri che mi appassionasse più di tanto. Crescendo però ho capito e mi sono davvero appassionata ai gialli. Purtroppo, dovendo forzatamente leggere libri universitari il tempo per dedicarmi alla lettura è sempre poco, ma quando mi riservo quei ritagli di tempo per me stessa mi riprometto di farlo più spesso.

Dieci Piccoli Indiani mi ha entusiasmata già dalla copertina.

E poi neanche a dirlo, Agatha Christie. La più famosa giallista del mondo, con un’attività e una produzione di capolavori sbalorditiva, si parla di circa ottanta opere, tradotte in centinaia di lingue e miliardi di copie vendute.

La trama è molto suggestiva: si descrive la permanenza in un’isola, Nigger Island, di dieci personaggi che sono stati avvicinati a quest’ultima con motivazioni differenti, ma assolutamente credibili, dal proprietario dell’unica villa presenta sull’isola: Una Nancy Owen. Ad attendere gli otto invitati sull’isola vi sono solo un maggiordomo e una cuoca, anche loro chiamati dallo stesso padrone di casa, padrone che però non si presenterà.

Questa sinistra permanenza è costellata da delitti, che seguono tutti un filo conduttore, ovvero una filastrocca per bambini che per altro gli invitati troveranno incorniciata sopra il camino delle loro stanze:

“Dieci poveri negretti
Se ne andarono a mangiar:
uno fece indigestione,
solo nove ne restar.

Nove poveri negretti
fino a notte alta vegliar:
uno cadde addormentato,
otto soli ne restar.

Otto poveri negretti
Se ne vanno a passeggiar:
uno, ahimè, è rimasto indietro,
solo sette ne restar.

Sette poveri negretti
legna andarono a spaccar:
un di lor s’infranse a mezzo,
e sei soli ne restar.

I sei poveri negretti
giocan con un alvear:
da una vespa uno fu punto,
solo cinque ne restar.

Cinque poveri negretti
un giudizio han da sbrigar:
un lo ferma il tribunale
quattro soli ne restar.

Quattro poveri negretti
salpan verso l’alto mar:
uno se lo prende un granchio,
e tre soli ne restar.

I tre poveri negretti
allo zoo vollero andar:
uno l’orso ne abbrancò,
e due soli ne restar.

I due poveri negretti
stanno al sole per un po’:
un si fuse come cera
e uno solo ne restò.

Solo, il povero negretto
in un bosco se ne andò:
ad un pino s’impiccò,
e nessuno ne restò.”

—Filastrocca, Dieci piccoli indiani

L’isola è però popolata solo dagli abitanti della casa, sono in dieci. E a scandire il numero degli invitati, delle statuine di porcellana raffiguranti proprio dei Piccoli Indiani il cui numero, ad ogni delitto, si riduce misteriosamente. L’assassino dev’essere necessariamente tra gli invitati. Inizia così un’angosciante descrizione dei pensieri, dei ragionamenti di ogni singolo personaggio, la paura, la sfiducia nei confronti di tutti gli altri, il terrore di poter essere sempre il prossimo a dover fare una fine già annunciata in una stupida filastrocca.

Non voglio svelarvi nè chi, e nè il perchè del seguito, vi toglierei il gusto di “divorare” questo splendido capolavoro.

Buona lettura!

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